     p 189 .
     
Paragrafo 4 . Il pensiero politico di Locke.

     
Come  abbiamo gi detto, quello per la politica  probabilmente  il
primo  interesse  di  Locke, anche se  i  suoi  scritti  su  questo
argomento    vengono   pubblicati   solamente   dopo   il    Saggio
sull'intelletto,  o  non  vengono  pubblicati  affatto(52).   Molto
probabilmente Locke  conscio dell'importanza e della novit  della
sua  elaborazione filosofica, che vuole rendere nota solo dopo  una
riflessione  approfondita.  Un primo  abbozzo  scritto  del  Saggio
sull'intelletto  umano risale, quasi con certezza,  all'estate  del
1671(53);  la  pubblicazione avviene dopo quasi un  ventennio,  nel
1690(54).  E  solo  quando questa riflessione giunge  a  una  prima
maturazione  e  sistemazione,  vedono  la  luce  anche   le   opere
politiche, che pure erano state scritte diversi anni prima, come  i
Due trattati sul governo (Two Treatises of Government) composti nel
1681.

Stato di natura e diritto naturale.

La  tesi hobbesiana della totale e indiscussa libert e uguaglianza
degli  uomini  come loro condizione naturale (e di  conseguenza  il
carattere  contrattuale  della  sovranit)  incontrava  non   poche
resistenze  da parte di chi sosteneva che l'assolutismo  monarchico
posava  esclusivamente  su  un diritto divino.  Locke,  affrontando
questo  problema,  si  mostra  sostanzialmente  d'accordo  con   la
posizione   di  Hobbes:  "Per  comprendere  rettamente  il   potere
politico,  e  derivarlo dalla sua origine, dobbiamo considerare  lo
stato  in  cui  gli uomini si trovano per natura. E' uno  stato  di
libert  perfetta di ordinare le proprie azioni, di disporre  delle
propriet  e delle persone come meglio si ritiene, entro  i  limiti
della legge di natura, senza chiedere il permesso a nessuno e senza
dipendere dalla volont di nessuno. Si tratta anche di uno stato di
eguaglianza,   nel  quale  ogni  potere  e  ogni  giurisdizione   
reciproca, perch nessuno ha pi potere o pi giurisdizione  di  un
altro"(55).
     La  conseguenza immediata  che la sovranit deve fondarsi sul
consenso del popolo. Si pensi che Locke pubblic i Due trattati sul
governo  nel  1690,  dopo  l'avvento al  trono  di  Inghilterra  di
Guglielmo  d'Orange,  un  re "straniero"  chiamato  a  regnare  dal
Parlamento  inglese dopo la cacciata del cattolico Giacomo  secondo
Stuart. Nella Prefazione, scritta in occasione della pubblicazione,
Locke  sostiene: "Queste pagine spero che bastino  a  stabilire  il
trono del nostro grande rinnovatore e attuale re
     
     p 190 .
     
     Guglielmo,  a fondare la validit del suo titolo sul  consenso
del popolo, che  l'unico titolo di tutti i governi legittimi"(56).
     Per  capire il modo con cui il popolo esprime il suo  consenso
ad  un  sovrano   per necessario capire che cosa caratterizzi  lo
stato  di  natura e soprattutto in che consista la legge di  natura
che,  come  abbiamo  visto  qui sopra, limita,  secondo  Locke,  la
naturale  libert  ed uguaglianza. La caratteristica  naturale  che
distingue gli uomini da tutti gli altri enti  la ragione:  non  si
pu  quindi  pensare  per l'uomo uno stato di natura  e  una  legge
naturale in cui la ragione sia assente e ciascun individuo sia  una
belva per gli altri.
     Anzi,  "lo  stato  di natura ha una legge  di  natura  che  lo
governa,  e  che obbliga ciascun uomo. E la ragione, che    questa
legge, insegna a tutti gli uomini, purch vogliano consultarla, che
sono  tutti  uguali  e indipendenti, e perci nessuno  deve  recare
danno ad un altro nella vita, salute, libert o propriet"(57).
     Lo  stato  di natura, in quanto retto dalla ragione,  non  pu
essere uno stato di guerra che  ostilit e distruzione. Ma,  nello
stato di natura, pu sorgere la guerra. Quando qualcuno, in maniera
deliberata, pone "un altro uomo sotto il proprio potere  assoluto",
crea  immediatamente uno stato di guerra, esce  dai  "legami  della
comune legge della ragione": e pertanto pu essere eliminato,  "per
la  stessa ragione per cui si pu uccidere un lupo o un leone"(58).
Si  badi  bene:  per  Locke  assimilabile alla bestia  feroce  non
l'uomo  in  generale, ma colui abbandona la ragione, caratteristica
della condizione naturale umana, e che proprio per questo cessa  di
essere uomo.
     L'attentato alla libert individuale, nello stato  di  natura,
degrada  l'uomo  a bestia, lo pone in uno stato di guerra  e  rende
legittimo il suo annientamento(59). La ragione, essenza della legge
naturale,  non interviene quindi, come voleva Hobbes, a correggere,
mediante  un  calcolo di opportunit e utilit, l'istinto  naturale
alla  sopraffazione dell'altro, perch con la sua  stessa  presenza
libera l'uomo da quell'istinto. Il pensiero corre a Socrate: l'uomo
realizza  se stesso, la propria condizione naturale, dando  ascolto
alla ragione: e nella razionalit non pu esserci altro che bene.
     L'uomo,  riconoscendosi come essere razionale,  scopre  in  se
stesso  l'umanit,  cio la sua uguaglianza  con  tutti  gli  altri
uomini:  non  pu  quindi ledere i diritti di qualcun  altro  senza
negare l'umanit, non solo degli altri, ma anche sua propria.
     
     p 191 .
     
     La  ragione    una  facolt  dell'uomo,  mentre  la  legge  
costituita da prescrizioni e divieti. Quindi l'identificazione  tra
ragione  e  legge  non pu essere immediata: la ragione  ci  d  la
conoscenza: la legge  l'oggetto che deve essere conosciuto.
     Si  deve  ovviamente escludere che per Locke  le  norme  della
legge  naturale siano innate nella nostra mente. Avendo  gi  visto
quanto  egli   andato elaborando intorno alla conoscenza  intuiamo
immediatamente  la  soluzione del dilemma, posta  nei  Saggi  sulla
legge  naturale:  "Ci sembra che valga la pena  di  investigare  le
origini  di  questa conoscenza e di porsi la questione  se  l'anima
dell'uomo  al  momento della nascita sia soltanto una tavola  rasa,
che dovr in seguito ricevere le nozioni fornite dalle osservazioni
e dal ragionamento, oppure se rechi connaturate o iscritte in s le
leggi di natura che indicano qual  il suo dovere"(60).
     Il  fatto  che  "la legge di natura non  iscritta  nell'animo
degli  uomini"(61)  e  che si possa pervenire alla  sua  conoscenza
"attraverso  l'esperienza  sensibile"(62)    di  grande   rilievo:
consente infatti a Locke di pensare uno stato di natura che non sia
l'anarchia selvaggia della guerra di tutti contro tutti  e  nemmeno
un  paradiso terrestre o una mitica et dell'oro. La ragione   una
facolt  che  pu  essere usata in misura e  in  modo  diversi  dai
singoli  individui, in tempi e luoghi differenti: la diversit  dei
comportamenti,  delle  culture e delle tradizioni  non  contraddice
cos il carattere universale della legge di natura.
     La mente per conoscere (anche la legge di natura) si avvale di
due  strumenti: i sensi e la riflessione. Privata di uno  di  essi,
come  ormai  sappiamo, sarebbe mutilata e incapace di  svolgere  la
propria  funzione:  "Senza la ragione, infatti, con  l'insegnamento
che  ci  viene  dalla percezione, ci solleviamo appena  al  livello
della natura animale, in quanto il porco e la scimmia e molti altri
fra i quadrupedi superano di gran lunga gli uomini per acutezza  di
senso.  D'altro canto, senza l'aiuto e la collaborazione dei  sensi
la  ragione  non  pu  fornire pi di quanto  potrebbe  fornire  un
operaio al lavoro nelle tenebre, con le finestre chiuse"(63).
     La  capacit  di  conoscenza razionale  comune  a  tutti  gli
uomini,  e quindi universale; la legge di natura che per  l'uomo  
vivere  secondo  ragione  altrettanto universale. La  scoperta  di
questa  legge e il farla propria in maniera consapevole  il frutto
dell'uso che ciascuno fa della propria ragione in base alla propria
esperienza sensibile.
     Le  leggi  che regolano lo stato di natura dell'uomo non  sono
diverse  da quelle che regolano l'intero universo: esse, anche  per
Locke,  sono  di natura divina, eterne e immutabili(64),  ma,  come
tutte le leggi naturali, non sono immediatamente conoscibili.  Come
Copernico,   Keplero   e   Newton,   applicando   il   ragionamento
all'osservazione, hanno svelato le norme che regolano il moto degli
astri e dei corpi, cos Locke, riflettendo sulle relazioni tra  gli
uomini e sull'organizzazione degli stati, pu
     
     p 192 .
     
     mostrare  la via attraverso la quale l'umanit pu  realizzare
la sua propria natura, cio vivere secondo ragione.
     Lo  stato  di  natura, allora, non  tanto una condizione  che
precede  la  storia  dell'uomo quanto un obiettivo  da  raggiungere
usando la debole luce della nostra ragione.
     
Dallo stato di natura allo stato civile.

"L'uomo, quando nasce, [...] ha titolo alla libert perfetta  e  al
godimento incontrollato di tutti i diritti ed i privilegi  che  gli
conferisce  la  legge di natura, nella stessa misura  di  qualsiasi
altro  uomo  o  gruppo di uomini nel mondo"(65). Ma,  come  abbiamo
visto,  possono  esistere  individui o  gruppi  di  individui  che,
violando  la legge di natura, si propongono di tenere altri  uomini
sotto  il  loro potere assoluto; in questo caso ciascuno "ha  dalla
natura  il potere non solo di conservare la sua propriet, cio  la
vita,  la libert e i suoi beni contro le violenze e le minacce  di
altri  uomini,  ma  anche di giudicare e punire le  infrazioni  che
altri commetta di quella legge, nella misura in cui  convinto  che
l'infrazione lo meriti"(66). Ciascuno, quindi,  arbitro della pena
che meritano le diverse infrazioni alla legge di natura.
     La  societ  politica  nasce dalla  necessit  di  individuare
regole  "stabili, indifferenti e uguali per tutte  le  parti"67  in
base  alle  quali  giudicare le violazioni della legge  naturale  e
quindi garantire a tutti il diritto naturale a conservare la  vita,
la  libert  e  i propri beni. Ma la societ politica pu  esistere
solo  se ciascuno dei suoi membri ha abbandonato il potere naturale
di  giudicare e lo ha rassegnato nelle mani della comunit: nessuno
pu  essere  "sottomesso al potere politico di un  altro  senza  il
proprio consenso"68.
     La  societ politica nasce quindi da un accordo, un  contratto
sociale  stipulato  tra un numero qualsiasi  di  individui  che  in
questo  modo acconsentono a dar vita a una comunit o a un governo.
Attraverso   il   contratto,  coloro  che  lo  hanno   sottoscritto
costituiscono un "unico corpo politico", all'interno del  quale  la
maggioranza  ha  il  diritto  di agire  in  nome  e  per  conto  di
tutti(69).
     
Poteri e limiti dello stato.

Da  quanto  detto sin qui emerge una prima differenza nella  natura
del  contratto che Hobbes e Locke pongono all'origine  dello  stato
politico:  per il teorico dell'assolutismo gli uomini che stringono
un  patto  per  dar  vita  allo stato rinunciano  al  loro  diritto
naturale  all'uso  della  forza  e alla  loro  libert  (cio  alla
possibilit di esprimere liberamente la propria volont), limitando
questo  loro diritto alla scelta originaria del sovrano; per Locke,
invece,  il  contratto sociale  stipulato proprio in  funzione  di
garantire  maggiormente  la  libert individuale  attraverso  leggi
chiare, fisse e rese note al popolo; per

p 193 .

Locke  gli  individui  che si uniscono in  uno  stato  cedono  alla
comunit  esclusivamente il loro potere legislativo (promulgare  le
leggi) e quello giudiziario (farle rispettare).
     Chiunque, in una comunit, detiene il potere supremo, cio  il
potere legislativo, deve governare con leggi stabilite e note e non
con  "decreti  estemporanei", e deve  decidere  facendo  ricorso  a
giudici  imparziali  e  giusti che devono attenersi  esclusivamente
alle  leggi(70). L'esistenza di leggi "promulgate e  rese  note  al
popolo"  permette un controllo costante sui governanti e i  giudici
che devono rispettare rigorosamente quelle leggi. Le leggi, d'altro
canto,  sono  tali  se hanno il consenso della societ.  Il  potere
legislativo,  infine,  non  pu promulgare  alcuna  legge  che  sia
contraria  alla  legge naturale: le leggi devono  essere  in  primo
luogo  finalizzate  alla "preservazione dell'umanit";  in  secondo
luogo  sono  da  rigettare i "decreti arbitrari estemporanei";  "in
terzo  luogo  il  supremo  potere non pu togliere  a  nessun  uomo
nessuna parte della sua propriet senza il suo consenso"(71).
     Una  specificazione di questi limiti fondamentali  del  potere
politico  si  trova gi nelle prime opere politiche di Locke.  Egli
sostiene  che  le  opinioni e le azioni degli uomini  sono  di  tre
specie: quelle che non riguardano n il governo n la societ, come
"le  opinioni speculative e il culto divino"; quelle che riguardano
la  societ e i rapporti tra gli uomini ma che, per la loro natura,
non  sono  n  buone  n  cattive, cio le  opinioni  e  le  azioni
indifferenti;  infine  le opinioni e le azioni  che  riguardano  la
societ  e  che  sono buone e cattive per la loro natura,  cio  le
virt e i vizi(72).
     Le   opinioni   e  le  azioni  del  primo  tipo  non   possono
assolutamente e in alcun modo essere sottoposte all'intervento  del
potere  politico;  in  questo  campo  la  libert  di  ciascuno   
illimitata: ognuno pu credere in ci che vuole, nella Trinit, nel
Purgatorio, o negli antipodi. "Il magistrato  arbitro soltanto tra
un uomo e un altro, perch egli pu difendere il mio diritto contro
il mio vicino, ma non pu difendermi contro il mio Dio"(73).
     Anche  le opinioni e le azioni indifferenti non possono essere
oggetto  di  intervento da parte del potere  politico.  Ognuno  pu
decidere  come educare i propri figli, come disporre delle  proprie
ricchezze,  quando e come lavorare e quando e come  riposarsi;  pu
anche  ritenere  che il divorzio o la poligamia siano  legittimi  o
illegittimi.  Il magistrato pu solo vietare di "rendere  pubblica"
una di queste opinioni, quando la pubblicazione "tende a disturbare
il  governo",  ma  in  ogni  caso non pu  assolutamente  obbligare
qualcuno a rinunciare alle proprie opinioni e tanto meno ad aderire
a opinioni contrarie alle sue. Possono essere vietate le azioni che
derivano  da queste opinioni solo se esse vanno contro la pace,  la
sicurezza  e la salvezza del popolo, cio contro la legge  naturale
per difendere la quale  stato istituito il potere politico.
     Per  quanto riguarda i vizi e le virt, bisogna riconoscere  -
sostiene Locke - che "il legislatore non ha nulla a che fare con le
virt e i vizi morali, e non dovrebbe imporre i doveri [...] se non
     
     p 194 .
     
     semplicemente  nella  misura in cui servono  al  bene  e  alla
conservazione dell'umanit sotto il suo governo". Non  solo,  per,
non  si  devono imporre le virt, ma addirittura anche alcuni  vizi
possono  essere  tollerati.  "Io  penso  che  dal  potere  che   il
magistrato  ha sulle buone e cattive azioni conseguir  perci:  1)
che  egli  non   tenuto a punire tutto, cio pu tollerare  alcuni
vizi  [il  corsivo  nostro]; del resto (sarei contento di saperlo)
quale  governo  del  mondo non lo fa? 2)  Il  magistrato  non  deve
comandare  la  pratica  di nessun vizio, perch  un'ingiunzione  di
questo  genere  non  pu essere utile al bene  del  popolo  o  alla
conservazione del governo"(74).
     Come  si vede, i poteri del "magistrato" - cio di chi detiene
il  potere  politico - sono sottoposti, per Locke, a  limiti  molto
rigorosi,   che   escludono  ogni  suo  intervento  arbitrario   ed
"estemporaneo", circoscrivendo in maniera precisa l'ambito di  tale
intervento,  dal  quale sono escluse quasi tutte  le  azioni  e  le
opinioni  dell'individuo, compresi alcuni vizi.  La  preoccupazione
fondamentale di Locke  che lo stato non interferisca nella libert
individuale dei cittadini.
     
La tolleranza.
     
"Assoluta  libert,  giusta e vera libert,  eguale  ed  imparziale
libert,  ecco ci di cui abbiamo bisogno"(75). Cos  sembra  quasi
gridare,   nella  sua  breve  prefazione,  il  traduttore   inglese
dell'Epistola sulla tolleranza di John Locke.
     La  libert,  come abbiamo visto, , per Locke, la  condizione
essenziale  dello  stato  di natura dell'uomo,  e  non  pu  essere
assolutamente limitata da nessuna istituzione sociale  o  politica:
chi  attenta  ad  essa mette in pericolo tutti gli  altri  diritti,
perch  la mancanza di libert impedisce la realizzazione  completa
della natura umana.
     Eppure  un'azione  di  coercizione  sugli  individui    stata
costantemente svolta non solo dai governanti degli stati, ma  anche
dalle  Chiese,  perch,  contrariamente  a  quanto  imporrebbe   la
ragione,  non  vengono  tollerate le opinioni  "speculative"  e  le
pratiche di culto, ma nemmeno le azioni indifferenti.
     Nelle attivit degli stati e delle Chiese spesso il bene e  la
salvezza  dell'umanit, da obiettivo principale per cui  essi  sono
stati   istituiti,  si  trasforma  in  maschera  che  nasconde   un
comportamento crudele e contrario alla legge di natura. Non si pu,
per  la salvezza di un'anima, bruciare un uomo sul rogo; non si pu
pensare  che gli uomini possano "essere costretti col fuoco  e  col
ferro  a  professare determinate dottrine e conformarsi a questo  o
quel culto esteriore"(76).
     Quindi,   prima   di   tutto,  devono  essere   nettamente   e
inequivocabilmente separati il potere politico e quello  religioso:
"la  cura  delle  anime  non compete al magistrato  civile"(77)  e,
d'altra parte,
     
     p 195 .
     
     nessuna  Chiesa pu conferire un qualche diritto  all'autorit
civile(78).
     L'intolleranza che anima governanti e Chiese e nega la libert
ai  cittadini  la conseguenza di un uso non corretto della ragione
da parte di chi non ne riconosce i limiti.
     Locke  a  questo proposito fa una riflessione sul concetto  di
ortodossia:  "Ogni Chiesa  per se stessa ortodossa, per  le  altre
aberrante  od  eretica.  Qualsiasi cosa  una  Chiesa  creda,  crede
comunque  che  sia vera, e dichiara errore ci che vi  contraddice.
Pertanto  la controversia tra le due Chiese(79) sulla verit  delle
rispettive  dottrine e la purezza del culto    ad  armi  pari  per
entrambe;  e non v' giudice, n a Costantinopoli n altrove  sulla
faccia  della Terra, che possa porvi termine con una sentenza"(80).
Abbiamo  visto che nel Saggio sull'intelletto umano sono  tracciati
limiti molto precisi non tanto a ci che la ragione pu pensare, ma
a  ci che essa pu conoscere, cio definire come vero o falso.  Le
questioni  religiose  esulano dalla capacit  di  conoscenza  della
ragione  e  per  questo l'unico atteggiamento  razionale  nei  loro
confronti  quello della tolleranza.
     "Nessuno dunque - n singole persone, n Chiese, e neppure gli
stati - hanno giusto titolo di usurpare gli altrui diritti civili e
beni temporali con pretesti di religione"(81).
     Ci  sono,  comunque, alcune situazioni in cui il  "magistrato"
non  pu essere tollerante: ad esempio, di fronte a coloro che "con
pretesto  di religione si arrogano un qualche predominio su  coloro
che  sono  estranei  alla loro confessione  religiosa"(82),  o  con
quanti  "non  ammettono si insegni il dovere alla tolleranza  verso
gli  altri,  anche se dissidenti per religione"(83);  "infine,  non
devono  essere  in  alcun  modo coloro che  negano  l'esistenza  di
Dio"(84).
     Anche i limiti che Locke pone alla tolleranza traggono la loro
origine dalla riflessione sulla ragione: una ragione critica di  se
stessa, consapevole dei propri limiti e, al tempo stesso, di essere
l'unico  strumento che pu guidare gli uomini, le loro associazioni
e  i  loro  stati,  nella difesa della pace e  della  libert;  una
ragione negata dagli atteggiamenti dogmatici che, presumendo verit
laddove  di verit non si pu parlare, attentano alla pace  e  alla
libert.
